Premessa: Il racconto qui sotto non è realmente accaduto; i luoghi e i personaggi sono inventati. Questo monologo l’ho scritto per sensibilizzare più persone contro ogni forma di violenza, di qualunque e verso qualunque genere.
Ringrazio di cuore i Matilde al Quinto per avermi dato la possibilità di esprimere, all’interno della Canzone “Venere”, Quello che sento.
Oggi sono felice: finalmente c’è il mio nome femminile sul documento d’identità, una piccola conquista.
Lo so che questo non fa di me una donna, lo so che qualcuno mi denigrerà dicendomi: ” Anche se te lo tagli, rimani un uomo.”
Però ho imparato a sopportare, accettare quello no,ma far finta di niente con le persone ottuse, sorridere ironicamente a chi vuole farmi star male, rispondere con il sorriso a chi mi guarda scuotendo la testa.
Ho smesso di farmi vedere arrabbiata, sto male io e sono felici loro. E poi posso contare sui miei amici, che mi hanno accettata per quello che sono, infischiandomene se sono Chiara, oppure Paolo.
Ho solo un piccolo nodo alla gola con i miei, che fanno fatica ad accettare la cosa, ma gli voglio comunque un mondo di bene.

[Da qui, non leggo più e vado di recitazione]
Per festeggiare proprio una serata con gli amici, pizza, birra, dolce, chiacchiere, prese in giro e scherzi; quello che ci voleva ed il tempo scorre via velocemente ed all’uscita ci salutiamo che è quasi l’una di notte.
Cammino sul marciapiede, sento il rumore dei miei tacchi che riecheggia sotto i portici, sorrido, istintivamente mi volto e mi sembra che qualcuno mi segua.
“Ma no chi vuoi che ci sia in giro a quest’ora?”
Ed invece qualcuno c’è, sento dei passi, mi rivolto ancora e vedo tre persone che camminano ad un centinaio di metri.
Mi salgono i battiti, tento di aumentare il passo, ma rischio di inciampare.
Mannaggia perchè ho messo il tacco 12? Non potevo mettere un tacco basso o un paio di tennis come fa la maggior parte delle donne?
Ho la tentazione di fermarmi, levarle e correre via, e mi fermo, ma poi riparto, cambio strada, no cavolo, un vicolo cieco, esco e li vedo a dieci metri da me.
Vorrei scappare ma mi blocco, mi blocco e non riesco più a muovermi, vorrei urlare ma non riesco a dire nemmeno una parola.
Mi accerchiano, mi spintonano, mi prendono per un braccio e non ho neanche la forza di reagire, mi tremano le gambe.
Li guardo negli occhi, ridono, dicono qualcosa di irripetibile, sento il loro odio verso di me, poi mi spingono verso il muro, io ho solo la forza di chiudere gli occhi, sento solo un: “Cosa hai fatto! Scappiamo”
Li riapro, non ci sono più, sorrido, per fortuna non hanno rovinato il mio bel vestito bianco.
Anzi, non mi ricordavo che ci fosse un fiore rosso proprio qui sul fianco; non riesco a capire, lo tocco con le mani, una fitta, la vista che si annebbia e le gambe che cedono.

Riapro gli occhi e sento un brusio sommesso, vedo tutto appannato, una mano stringe la mia e mi dice:”Vedrai che andrà tutto bene!”, altre voci, lontate, “non credo che ce la farà”, mi sembra impossibile, pochi attimi fa ero la donna più felice del mondo, e adesso, no.
Stringo la mano della persona accanto a me: “di a mio padre di perdonarmi se non sono il figlio che aveva desiderato, di a mia mamma che vorrei abbracciarla forte e dirle quanto le voglio bene.”
Sento freddo, le voci sembre più ovattate e distanti, la mano sembra sfuggire alla mia presa.
“Papà, ho paura”…
Nell’ultimo anno 157 persone vittime di episodi di omofobia, nel 2023, 120 donne sono state uccise per femminicidio, nel 2024, già 33 donne sono morte ammazzate.
BASTA!!!
