Un sogno che si avvera

Ci sono sogni nel cassetto, sogni caduti nel dimenticatoio (anni 2000), stesso periodo dei primi passi della non ancora Valentina.

Cose vissute per un breve periodo e quasi dimenticate, fino a che, quasi per caso, trovo dei post su facebook dell’amica Carla.

Mi capita sotto smartphone le locandine del locale “Le Prisonnier” di Brescia; e visto che la curiosità, oltre ad essere donna, è anche un po’ trav, comincio a guardare ed ecco che quel cassetto si apre.

LE PRISONNIER – guarda il sito

Il mio problema è che quando mi si paventa un’opportunità, soprattutto per la Vale, faccio di tutto per realizzarla, con salti mortali che non vi dico.

E quindi mi sono fissata una data: 19 maggio! Mancano poco meno di due mesi. Due mesi? No aspetta, c’è anche una data il 28 aprile.

Meno di un mese, muovendomi per tempo dovrei riuscire a riservarmi la domenica libera, ok, convinta, però il primo passo è sempre quello più difficile.

Messaggi a fiume con la Carla per spiegarle, chiedere, informarmi, farmi aiutare e poi sono con in mano due contatti, un numero whatsapp del gestore del Prisonnier e il contatto telegram trovato sulla locandina dell’evento di Nizz.

Mando il messaggio whatsapp, ovviamente nella serata in cui c’è stato il down di whatsapp; aspetto una decina di minuti fremendo e poi mando lo stesso messaggio su telegram.

Dopo dieci minuti le risposte, quasi in contemporanea. Ovviamente il bello (che scoprirò a fine serata) è che io sia convinta che i due contatti sono della stessa persona, mentre in realtà sono uno del gestore e uno del mio Rigger, omonimi.

Però, idea anche mia, sarebbe carino presentarsi qualche volta prima della serata, sarebbe bello un mercoledì sera e ovviamente il mercoledì è il mio giorno incasinato.

Il 10, il 17 o il 24: forse l’unica data buona è il 24, casini familiari permettendo, ma è l’ultima prima dell’evento, e se non riesco ad andarci, mi tocca, per come sono fatta io, passare alla serata del 19 maggio.

Martedì sera però arriva l’inaspettato: il mercoledì sera si libera: occasione irripetibile.

Avverto la Carla, che farà di tutto per esserci, contatto il Rigger (che penso sia il gestore). Preparo la borsa, mercoledì mattina la metto già in macchina. Lavoro, casa, barba, doccia, intimo, calze, vestitino leggero, NO. Non mi piace. Mi vesto, parto, solita sosta nel parcheggio del supermercato, trucco, pantaloni e maglioncino rosa, cintura, smalto e via, per una breve sosta cena.

Niente, al Mac c’è una coda infinita, la cena salta; riparto e avviso la Carla che arriverò per le 21.

Coda, arrivo alle 21.10, migliora, arrivo alle 21.03; parcheggio la macchina, vedo la Carla che attraversa la strada, entriamo: sono abbastanza tesa.

Salutiamo un po’ di gente e poi via nel camerino, metto il vestitino di simil-pelle, sono più a mio agio, poi di nuovo fuori, la Carla mi porta a visitare il locale, giro effettuato, bar, un cuba libre e un salatino, che sarà la mia cena.

Non mi aspetto niente, poi la Carla mi dice: “Ma dai, ti faccio legare da qualcuno!”

Io ho un sussulto, comincio a fantasticare, iniziano le legature nella stanza apposita, le osservo rapita, sembra quasi una cerimonia, intensa, spirituale, ispira dolcezza ed anche quando le “Bunny” (chi viene legata) dal “Rigger” o “Kinbakushi” (colui che lega) vanno in sospensione c’è un’eleganza che mi attira e mi fa desiderare di essere anch’io una Bunny.

Poi un’attimo di apprensione: il mio Rigger “MAXIMLOOT” è sparito, un ragazzo dice “E’ già andato via!” Due minuti di panico, dopo per fortuna ricompare.

MAXIMLOOT – Visita la sua pagina Instagram per visualizzare alcune foto

Conveniamo di togliere le calze, e allora mi cambio d’abito rimettendo il vestitino leggero di capodanno.

“Sei pronta?”

“Si!” Cuore in gola, lo seguo, il rapporto di fiducia è importante: tolgo le scarpe, il braccialetto e poi mi avvicino a lui, che sta estraendo il cordame dalla borsa.

Mi metto in ginocchio davanti a lui, l’ho visto fare dalle ragazze che sono state legate o sono legate, mi fa alcune domande, se ho problemi alle articolazioni, no, tutto a posto; mi spiega che mi farà una legatura semplice per la prima volta.

Il cordame del mio rigger

Ringrazio di cuore Franco Gilli per le stupende foto della mia sessione di Shibari .

Mi spiega che si chiama gabbia: una legatura a gabbia nella parte superiore e una legatura a sirena nella parte inferiore. Io annuisco, anche se non so come sarà, non so cosa proverò: so solo che devo fidarmi di lui.

Mi metto in ginocchio “Mani giunte” e inizia con le prime corde: non è un’unica corda, ma una serie di corse molto fini piegate in due, le fa girare intorno ai polsi, poi intorno al tronco.

Inizio già a sentire che stringono, poi è la volta di altre corde, ai due lati, che permetteranno il sollevamento.

Le fa passare intorno alle altre corde, controlla che scorrono senza intoppi, lo guardo per un attimo e vedo la sua attenzione maniacale (un po’ come la mia quando faccio qualcosa).

Questa cosa mi tranquillizza; finito fa passare le corde sopra il bambù (il bambù appeso sopra la mia testa che permetterà il sollevamento) e le lega.

Legatura del mio rigger, gabbia superiore e mani giunte

Rimango in piedi, appesa ma con i piedi che toccano terra, e quindi è la volta di legare la parte inferiore, dalle coscie fino a sotto il ginocchio. Inizia a stringere, e qui inizio veramente a sentire quel senso di essere legata stretta e non poter più fuggire. Ad ogni giro, stringe ed ogni tanto perdo l’equilibrio ed allora apro le mani e tengo la corda davanti a me.

Legata dal mio rigger, in posizione eretta.

Si avvicina la Carla, mi accarezza, mi sussurra qualcosa. Sono felice che sia venuta anche lei questa sera, perché senza di lei penso che non avrei avuto neanche il coraggio di entrare nel locale.

La Carla mi chiede come va

Finito, lega anche i due tiranti centrali e mi dice: “Ora ti alzo!”

Ingenuamente gli chiedo: “Devo tenere la corda con le mani?” “Non occorre”.

La lascio, fa passare le corsa sopra il bambù, mi mette una mano sulle cosce ed inizia ad issarmi, fino a mettermi in posizione semi seduta, appesa al bambù.

Il mio rigger inizia a legare la parte inferiore della "sirena"

Ora inizio a sentire veramente la pressione delle corde sulla mia pelle, non direi che fa male, ho la soglia del dolore piuttosto alta; lega le corde sulla parte vicino alle ginocchia e poi le alza fino a farmi ottenere una posizione a “V”, chiedendomi poi gentilmente se va tutto bene.

Il rigger mi solleva in orizzontale e comincia a dondolarmi

Poi una frase che mi colpisce e mi eccita: “Siamo solo all’inizio!”. Tira la corta centrale facendomi assumere una posizione orizzontale e poi mi fa dondolare per un minuto buono.

Mi rilasso, abbasso la testa. Ho letto da qualche parte che non bisogna cercare di resistere, ma bisogna rilassarsi, e così faccio.

Inizia a slegarmi la parte superiore, il mio tronco scende e tutto il peso del mio corpo sembra concentrarsi sui glutei: comincia a fare male e rimango così per un tempo che sembra interminabile. Poi scioglie ed abbassa la parte centrale, permettendomi di respirare un po’.

“Va tutto bene?” Sono felice che me lo ha chiesto, annuisco con un sorriso. Lo Shibari non è una tecnica improvvisata, richiede ore e ore e penso anche anni, molti, di pratica.

Si deve trovare il giusto equilibrio tra eccitazione e dolore e il Rigger deve fare in modo che questo accada. Troppo dolore sarebbe controproducente.

Scende ancora la parte superiore ed ancora il peso del mio corpo va tutto sulla zona delle natiche; mi lascio andare, aumento il respiro che si fa affannoso ed aumentano anche i miei battiti.

Scende ancora la parte centrale, un attimo di respiro, per prepararmi a quando scenderò ancora una volta con il busto. Ecco, ancora un pezzo, la mia schiena sembra che inizi a piegarsi, le gambe le sento stringere sempre di più. Emetto dei piccoli mugugni, mi sto facendo pervadere dall’eccitazione, che sta salendo sempre di più.

Ultimo attimo di respiro con la corda centrale e poi scende per l’ultima volta quella del busto. Arriva al limite, ed invece no, scende e scende ancora. Mi sembra quasi di piegarmi in maniera innaturale, le corde intorno ai glutei stringono da far malissimo, emetto mugugni ma cerco di rilassarmi anche se il tempo ora sembra interminabile.

La massima inclinazione della mia sessione di Shibari. Il mio rigger mi chiede come va.

Mi chiede ancora se va tutto bene, dico di si, o forse faccio un cenno o un sorriso, non ricordo, sono confusa.

Rimango in quella posizione per, non so, tantissimo. Da una parte vorrei che il dolore terminasse, dall’altra vorrei rimanere stretta e in quella posizione il più lungo possibile.

Il dolore aumenta, stringo i denti, mi fido del mio Rigger, che mi fa dondolare un poco e poi allenta le corde, piano piano, con delicatezza, fino ad adagiarmi lentamente a terra.

Forse mi dice qualcosa, non ricordo, ho il cuore che batte fortissimo; non ho mai provato una situazione così eccitante e il dolore che ho provato alla fine era sopportabile.

Sono ancora legata, inizia a disfare i nodi delle corde partendo dal basso, inizio a tremare, un riflesso incondizionato mentre le corde non stringono più la mia pelle.

Mi fa ruotare di novanta gradi e mi rimette in posizione due o tre volte. Ed io rimango li, quasi come se fossi in estasi, iniziando a muovere i piedi lentamente e calmando gradualmente il respiro, che ora non è più affannoso.

Poi mi alza il busto, ed inizia a togliermi le corde dalla zona superiore, ed io ancora lì, quasi imbambolata, che muovo con delicatezza i piedi, come se fossero stupiti di non essere più legati stretti tra loro.

Via le corde, dalla schiena, dalle braccia, rimangono solo le mani giunte. Il mio Rigger si alza, si inginocchia dietro di me, e le appoggia sulle mie. Penso sia una specie di rito, di ringraziamento.

Poi via anche quest’ultima corda, mi dice di: “Muovere le mani”, ma sono ancora troppo imbambolata per capirci qualcosa; le avvicino e le allontano: “No, stringi i pugni!” Ah ecco, vuole sincerarsi che non si sia interrotta la circolazione, tutto ok, ringrazio, mi sposto verso il muro, mi rimetto le scarpe e poi mi alzo, lo osservo mentre sistema e ripone il cordame nello zaino.

Faccio fatica a spostarmi e ad andare: quasi volessi che quella sensazione di benessere ed eccitazione che ho appena provato non finisse mai.

Guardo la ragazza che è legata agli anelli di fianco a me, osservo come si muove e penso a quante figure di sollevamento ci siano e quale provocherà in me un piacere maggiore di quello che ho provato stasera.

Poi saluto, ringrazio, mi allontano. Rimango ancora poco più di mezz’ora, in questa specie di limbo, fissando le altre ragazze legate. E’ una sensazione strana, vorrei che il tempo non finisse mai, quella sensazione che provo quando devo togliere gli abiti della Vale e ritornare maschietto, ma moltiplicata per dieci.

Poi una lemonsoda, nello spogliatoio a rimetter su pantaloni e maglione: prima mi faccio due foto e rimango imbambolata a guardare i residui di corda sul mio vestitino nero; sorrido e poi un ultimo saluto al mio Rigger.

Foto nel camerino post Shibari

Ringrazio, pacatamente: ho talmente tante emozioni, talmente tante cose che vorrei dire che mi blocco e sembra quasi che non abbia provato nessuna emozione stasera, mentre in realtà ho passato una delle serate più emozionanti della mia vita.

Saluto ed esco, il freddo inizia a pungere un po’ ed allora entro velocemente in macchina. Prima di partire, accendo la luce per guardarmi i polsi; riesco ad intravedere ancora il segno delle corde, che domani non ci saranno più.

Rimangono solo due piccole abrasioni sulle cosce, ed un dolore che mi porterò dietro per qualche giorno.

Però ogni volta che accarezzerò quella parte lesa, mi ritornerà in mente tutta l’eccitazione che ho provato in quegli attimi indimenticabili, che mi rimarranno impressi per tutta la vita.

Valentina “Bunny” Cornell

P.S.: Se non ci sono intoppi o congiunzioni astrali sfavorevoli, dovrei esserci qui!